10/06/17

Una breve riflessione sul fat-shaming.



Di solito uso questo blog per parlare di libri, film e serie tv. Qualche volta, però, mi piace fermarmi a riflettere su cose che riguardano tutt'altro, e questa è una di quelle volte. Se volete sapere qualcosa sull'ultima volta che è successo, vi linko questo post. Oggi ci concentriamo sul fat-shaming. 


Qualcuno descrive l’atto di “fat-shaming” come: “prendere in giro qualcuno perché è sovrappeso, o dire a qualcuno che è inutile, pigro o disgustoso per il suo essere sovrappeso”. Qualcun altro, invece, pensa che sia un termine coniato dalle persone sovrappeso per evitare la propria responsabilità di prendersi cura del proprio corpo. È evidente che a riguardo, il mondo non si sia ancora messo d’accordo. Personalmente, penso che il motivo sia che c’è sempre una sorta di ipocrisia di fondo. 


Per come lo vedo io, il movimento di body positivity non è qualcosa da temere e ridicolizzare, come accade ormai sempre più spesso. Fondamentalmente perché non nasce, secondo me, come giustificazione di comportamenti malsani, ma piuttosto come promemoria del fatto che il nostro corpo non deve catalogarci come persone. Il problema di fondo del fat-shaming è proprio questo: il fatto che qualcuno possa essere sminuito in qualche modo solo per il suo peso. L’idea che le opinioni, i pensieri, l’umanità di una persona grassa meritino, per via del suo aspetto fisico, meno rispetto. È una cosa che non accade solo a chi è sovrappeso. Spesso capita che le persone vengano catalogate in base al proprio aspetto fisico, che esso sia socialmente accettato o meno non fa troppa differenza, ma qui voglio parlare in particolare del problema del fat shaming, quindi non mi concentrerò troppo sul resto per non uscire dal tema. 


All’inizio ho parlato di ipocrisia, e con questo intendevo dire che l’ipocrisia sta da entrambe le parti. Il movimento contro il fat-shaming è stato preso in contropiede sia dalle persone che dovrebbero essere protette da esso, sia da quelle che stanno dall’altro lato. Chi è in sovrappeso sembra aver abbracciato questa body positivity come stile di vita in un modo che non era quello inizialmente pensato da chi ha iniziato il movimento, spesso promuovendo modelli di bellezza contrapposti a quelli proposti dai media, ma non per questo più salutari. Chi invece ha sempre amato prendere in giro le persone per via del loro peso ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi, dichiarando di farlo per la loro salute – come se insultare una persona per via del suo sovrappeso o della sua obesità fosse un atto finalizzato ad aiutare quella persona, piuttosto che a deriderla o a sminuirla. 


BREAKING NEWS: prendere in giro qualcuno non è mai, in alcun modo, utile alla sua salute, che sia essa fisica o mentale. I problemi di peso delle persone sono spesso collegati a fattori di insicurezza e di mancanza di speranza in un futuro migliore. Cominciamo a renderci conto del perché il fat shaming non aiuta assolutamente nessuno? Insomma, davvero qualcuno si aspetta che prendere in giro una persona per il proprio peso potrebbe aiutarla a perdere peso? E anche se la aiutasse a perdere peso, la perdita di peso sarebbe davvero salutare? 


Molti dei bambini sovrappeso finiscono per diventare adulti estremamente tristi e insicuri, che perdano peso durante l’adolescenza o meno fa poca differenza. Succede una cosa molto simile a quando si perde un braccio, la famosa storia dell’arto fantasma: non c’è più, ma il cervello non è abituato a quella mancanza e la persona continua a sentire un formicolio, o la presenza dell’arto stesso. Quindi ecco che una persona che ha perso tanto peso, dopo essere stata grassa, continua a credere di esserlo ancora, grassa, e quindi ad essere insicura del proprio peso per il resto della sua vita, nonostante ormai ogni suo problema fisico sia sparito. Se dovessi dare la colpa di questo a qualcuno o a qualcosa, la darei sicuramente al fat shaming. 


Gli insulti e le prese in giro minano la nostra autostima. Fatevene una ragione. Una persona sminuita per tutta la sua vita, in qualsiasi ambito, sarà per sempre insicura in quell’ambito, a meno che questa insicurezza non venga trattata in modo appropriato da uno specialista, ma anche in quel caso non sempre si riesce a risolvere qualcosa. E comunque resta il fatto che non tutti riescono a reagire al fat-shaming dimagrendo – ripeto, sempre con una mentalità che non è salutare – perché non tutti hanno la stessa testa, né lo stesso modo di reagire ai problemi. Psicologicamente si associa spesso il cibo a qualcosa di simile all’amore, o comunque a un sedativo, probabilmente perché è la prima cosa che ci ricorda le cure di una madre, e quindi chi è già in sovrappeso finisce solo per peggiorare la propria condizione, rispondendo alle critiche poco costruttive con altrettanto cibo, e prendendo ancora più peso. Quindi magari quello che all’inizio non era un problema psicologico finisce per diventarlo. 


Il movimento della body positivity non dovrebbe essere preso come un movimento che vuole spostare la concezione collettiva del bello da un estremo all’altro. Non è una questione di “siamo tutti belli”, “le persone più grasse sono più belle”, “gli uomini vogliono qualcosa a cui aggrapparsi”. Si tratta più di qualcosa del tipo: “io, come persona grassa, non valgo meno di una persona in forma. Io, come persona con problemi di salute – reversibili o meno che siano non fa differenza – non valgo meno di una persona in salute. Io, come persona in generale, ho altri attributi oltre al mio aspetto esteriore. Io posso scegliere di cambiare e posso scegliere di non farlo, ma in ogni caso deve essere una mia decisione personale, non dettata da pressioni esterne o da fattori di insicurezza, perché altrimenti il mio cambiamento sarebbe sintomatico, e non una vera e propria presa di coscienza.”

09/06/17

5 serie tv interrotte che ho amato - 5 Cose Che #16


Buongiorno, miei carissimi lettori affezionati - quali? 
Oggi è venerdì, quindi rieccomi con la rubrica "5 Cose Che", indetta da TwinsBooksLovers
Ogni venerdì ci impegniamo - io non tanto - a pubblicare una lista di cinque cose, che decidiamo in anticipo tramite l'apposito gruppo su Facebook, e quest'oggi abbiamo deciso di parlare di un argomento molto angosciante, ma che allo stesso tempo mi sta parecchio a cuore: le serie tv interrotte che abbiamo amato, e che avrebbero meritato di vedere una degna fine. Quindi eccovi la mia lista. Già mi girano. 

#1: Selfie 



In pochi conoscono il gioiellino di serie che è stata "Selfie", e immagino sia anche il motivo per cui ha fatto la fine che ha fatto. Ho potuto goderne per solo una stagione, e ragazzi, quanto era bella. Dal titolo immaginerete che il tema centrale erano i social media, forse anche troppo demonizzati per i miei gusti, ma credo ch in realtà gli scrittori volessero concentrarsi più sui casi estremi - e abbastanza reali, credo - delle cosiddette webstar, le cui vite non sono poi così perfette di come vogliono farle sembrare. È il caso di Eliza, personaggio interpretato magistralmente dalla mia amata Karen Gillan, che per quanto sia riuscita a farmi ridere è riuscita anche a farmi piangere. E poi la sua chimica con Henry, interpretato da John Cho, era una cosa meravigliosa. Mi mancano ancora, anche se ormai sono passati un paio d'anni, da quando mi hanno lasciata.

#2: My Name is Earl 




"My Name is Earl", invece, credo manchi un po' a tutti. La sua cancellazione è stato il mio primo trauma, in fatto di serie tv. Quando lo guardavo ero ancora abbastanza nuova al mondo seriale, e non avrei potuto immaginare che una serie potesse essere interrotta così, proprio quando è sul più bello. Una perdita gravissima.



#3: Galavant 




 Anche la cancellazione di "Galavant" l'ho presa un po' come un affronto personale. Era una serie tv originalissima, divertentissima e con un format mai visto. Voglio dire... una serie tv comica ambientata nel medioevo e sottoforma di musical? Quando mai si è vista? Beh, immagino che non la vedremo mai più.



#4: Faking It 




 Più andiamo avanti con la lista, più le cose si fanno serie - HAHAHA, l'avete capita? Dio, sono terribile.
"Faking It" parlava di Amy e Karma, migliori amiche fin da piccole e inseparabili. Peccato che Amy sia segretamente innamorata di Karma. E peccato che Karma decida di fingere di essere fidanzata con Amy, in modo da guadagnare popolarità nel loro liceo super politically correct. Era solo un teen drama, è vero, come tanti altri - quindi pieno di cliffhanger sconvolgenti e dolore adolescenziale - però allo stesso tempo era diverso. Diverso perché abbracciava una diversità che nei teen drama è particolarmente carente. Infatti, "Faking It" parlava di temi come l'omosessualità, la bisessualità, l'intersessualità - se non sapete cosa sia, cercatela - e la transessualità, il tutto affiancato dai bisticci tra adolescenti che tutti noi amiamo. Ed è stato un colpo al cuore, per me, vederla interrotta così brutalmente. Ho bisogno di sapere come finirà. Ho bisogno di sapere che Amy starà bene.


#5: SENSE8!!!!!!!!! 



Parlando di tematiche importanti... NETFLIX, SI PUò SAPERE CHE CAZZO COMBINI!?!?!?!? 
Il meglio/peggio me lo sono lasciato per la fine, ovviamente. E sapete qual è la cosa divertente, in tutto questo? Che non sapevo su cosa scrivere il quinto punto. Cioè: quando sono entrata nel gruppo di 5 Cose Che e ho visto qual era il titolo per questa settimana, ho pensato subito alle prime quattro serie della lista, ma poi mi sono domandata: "e adesso al quinto punto che ci metto?" Beh, il giorno dopo Netflix ha deciso al posto mio. Se volete sapere quanto sono devastata, per via di questa cancellazione, vi rimando al post che ho scritto a riguardo - QUI.
Ma noi sensates non abbiamo smesso di lottare, non solo perché questa serie è importante per noi, ma perché crediamo che sia importante per il mondo, e che debba essere vista da tutti. 
Sensates o meno, se ve la sentite di darci un aiuto a salvare questo gioiello, vi chiedo gentilmente di firmare questa petizione. Potrebbe servire oppure no, ma di sicuro non costa niente provare. C'è anche da dire che abbiamo una guerra in corso su Twitter, quindi se volete potete unirvi a noi usando l'hashtag #BringBackSense8. Lo apprezzeremmo molto. E nonostante la serie sia stata interrotta, consiglio a tutti di vederla lo stesso, perché è davvero, davvero, davvero importante. 


E per oggi chiudo qui! Quali sono le vostre serie tv interrotte del cuore? Quanto avete sofferto, quando ve le hanno tolte? 


Firmato: la vostra devastata HateQueen di quartiere.


02/06/17

Sense8 non è stato un fallimento.

L'altro giorno ero su Facebook, intenta a lamentarmi apertamente della cancellazione di Sense8, serie tv delle sorelle Wachowski, da parte di Netflix. Io non sono una che di solito esprime il proprio disappunto e il proprio dolore sui social network, che riservo soprattutto per la condivisione di cose stupide che mi divertono, ma questa volta è stato troppo anche per me. Voglio cominciare col dirvi che ho pianto, per la fine che hanno fatto fare a questo piccolo capolavoro, e ho pianto davvero. Potrà sembrare una reazione infantile ed esagerata, e in molti direbbero che era solo una serie, che non ha senso reagire in questo modo, ma il fatto è che non lo era. Non era una serie. Era un messaggio. 
C'è un motivo, se ho cominciato parlandovi delle mie lagne su Facebook, ed è un motivo ben preciso, sul quale ho intenzione di costruire tutto lo sfogo che state per leggere. Non appena ho saputo la notizia ho scritto uno stato - che poi è stato inevitabilmente seguito da GIF, video, immagini, scene che mi avevano fatta riflettere e star male - ma è proprio su questo stato, che voglio concentrarmi. Recitava: 



Sintetico, conciso, diretto. E per lo più la risposta dei miei amici è stata solidale, per carità, perché - specialmente online - conosco una miriade di persone fantastiche che sanno apprezzare ciò che di bello c'è nel mondo, e sanno riconoscere un'ingiustizia. Mi sono sentita supportata. Finché non è arrivato questo baldo giovine: 



A questo punto voi penserete: e allora? 
E allora ero in uno stato emotivo del cazzo, e mi stavo già sentendo presa per il culo dai CEO di Netflix, figuriamoci se accettavo l'ilarità intollerabile di questo individuo. Voglio dire: mi cancellano Sense8, e tu ti permetti di ridere? Ma soprattutto: tu ti permetti di chiamare Sense8 un fallimento? 
Inizialmente gli ho risposto pacatamente, ma quando ha continuato a fare il burlone "superiore", con i suoi "lol" e i suoi "ahahah" della malora, un attimo ho perso le staffe. E sì, forse ho esagerato, lo ammetto, perché certo, se vai a cercare sul dizionario la parola "fallimento", il significato è proprio quello. Di una cosa che è fallita. Le persone che amavano la serie non avranno un seguito e le persone che ci hanno investito ci hanno anche perso. Un fallimento su tutti i fronti. 
E allora perché questa parola mi ha fatto tanta rabbia, se associata a Sense8? 
Proprio perché, come dicevo prima, quando penso a Sense8 non penso a una serie, il cui scopo è quello di tenere sulle spine gli spettatori e spingerli a guardare ancora, facendoli drogare di cliffhanger e colpi di scena. Lo scopo di Sense8 era quello di comunicare un messaggio, per quella che è stata la mia percezione della serie, e quel messaggio è arrivato. A me è arrivato. Ed è per questo che quando ho saputo come era stato trattato, quel messaggio così importante di pace, di tolleranza, di accettazione del diverso, di amore, di connessione, non ho potuto far altro che piangerci sopra. Mi sono sentita come quando avevo il ciclo e ho fatto cadere per terra un barattolo di miele, fracassandolo e ritrovandomi costretta a ripulirne i cocci in una situazione in cui il mio stato emotivo era fortemente alterato e la vita mi pareva fin troppo difficile da portare avanti: senza speranza. Mi sono sentita come se il mondo fosse senza speranza. Perché nel momento in cui qualcosa di così bello e speciale non viene riconosciuto per ciò che vale, significa che il nostro mondo fa, sostanzialmente, cagare. E che tutti i buoni propositi della serie, tutti i messaggi positivi che ha cercato disperatamente di condividere, non sono stati accolti dai molti nel modo in cui avrebbero dovuto. 
Guardando Sense8 mi sono sentita parte di qualcosa di più grande, come se un po' fossi una sensate io stessa, e nel momento in cui è stato cancellato ho pensato che quel qualcosa di più grande non fosse mai esistito, che nessuno l'avesse vissuto come l'avevo vissuto io. 
Fallimento. 
Sì, forse ho creduto davvero, per un momento, che Sense8 fosse stato un fallimento. 
Poi ho visto il merdaio che stava succedendo su Twitter. 
Quel qualcosa di più grande al quale avevo sentito di appartenere era di nuovo lì, non se n'era mai andato, e dopotutto avevo fatto bene a credere che fosse esistito. Da ogni parte del mondo ho letto di persone che alzavano la voce, che non accettavano l'ingiustizia, che reclamavano il proprio diritto a non essere prese per il culo da qualche stronzo di un CEO che pensa solo al profitto, e non ai propri clienti affezionati. Netflix era partito come una grande speranza, ma si sta trasformando in un incubo. Si sta trasformando in un'emittente televisiva come tutte le altre, che preferisce dare spazio a cagate spaziali lunghe undici stagioni - The Big Bang Theory, Supernatural, e chi ne ha più ne metta - che hanno perso il proprio valore da tempo ma che continuano a fare ascolti, piuttosto che a vere e proprie opere d'arte. Parlavo tempo fa con una mia amica di come Netflix stesse cambiando il panorama delle serie tv, puntando su una qualità che tra le emittenti televisive era introvabile, ma a quanto pare ci stavamo sbagliando. Perché nel momento in cui decidi di cancellare una serie come Sense8, ancora nel pieno del proprio sviluppo, lasciando tutti gli affezionati a bocca asciutta appena dopo un cliffhanger della madonna, non solo è evidente che un concetto sviluppato di qualità non lo possiedi, ma non possiedi neanche quella cosa chiamata "rispetto". 
Ma non è tanto il non sapere come andrà a finire, che mi ferisce, perché posso sempre inventarmelo. Non è tanto l'essere presa per il culo, anche se diciamo che è una buona parte. Quello che mi ferisce davvero è che una serie come Sense8 non esiste, e non credo che la rivedremo tanto presto. Non rivedremo mai i temi della bisessualità, della transessualità, dell'omosessualità, dell'identità, della multiculturalità, dell'amore e dell'arte trattati con tanto candore, liberi da stereotipi e barzellette. Non rivedremo un personaggio come Nomi Marks, non rivedremo un personaggio come Amanita, non rivedremo Kala, Wolfgang, Capheus, Lito, Hernando, Sun, Will, Riley, nessuno di loro. Sono come congelati nel tempo, adesso, condannati a rimanere immobili per sempre. È come se fossero tutti morti, o peggio, e non avranno mai la possibilità di ottenere ciò che si meritano. 
Ed è proprio il fatto che questa cosa non fa soffrire solo me, che denota quanto Sense8 non sia stato un fallimento. Seguitemi un attimo: se io pubblicassi un libro con una casa editrice e quel libro ottenesse molti consensi, io ne sarei felice. E ne sarei felice anche se la casa editrice decidesse che i consensi non sono abbastanza, e quindi mi negasse di pubblicare il seguito, e allora si alzasse un putiferio proprio come quello a cui ho assistito su Twitter. Perché questo significherebbe che i miei personaggi, la mia storia, il mio messaggio, nei cuori delle persone ci sono arrivati. 
Tante persone che alzano la voce non possono reputarsi un fallimento. 
Sense8 non è stato un fallimento. 
Gli unici che hanno fallito sono stati i CEO di Netflix, nel non riconoscere il valore in qualcosa che di valore ne ha tanto, forse troppo, per essere del tutto compreso. 



Rimaniamo uniti. Facciamoci sentire. Forse abbiamo ancora la possibilità di cambiare qualcosa, anche se minuscola. Sense8 non merita di essere messa da parte in questo modo, e neanche noi. 
Vi lascio i link a due petizioni attualmente firmabili, che stanno raccogliendo moltissimi consensi. Firmare significa chiedere rispetto. 

Petizione #1 
Petizione #2

5 creature fantastiche preferite - 5 Cose Che #15




Ok. Sì, esisto ancora. 
Il mio ultimo post su questo blog è del 19 Aprile, mentre l'ultima volta che ho partecipato a questa rubrica è stata il 2 Dicembre del 2016. Sono mesi, ragazzi, MESI, che non mi faccio vedere. Quindi sì, un po' schifo lo faccio. 
Quando sarà finita la sessione estiva mi cimenterò in un post vero e proprio, in cui vi racconterò un po' di cose che sono successe durante la mia assenza, i piani futuri che ho per questo blog e quelli passati che non sono andati a buon fine. Nel frattempo, ho pensato di partecipare di nuovo a questa rubrica, giusto per dare una spolverata al mio angolino e non farlo ammuffire. 
Vi ricordo che l'iniziativa "5 Cose Che" è stata indetta da TwinsBooksLovers, e che sul loro blog potrete trovare risposta a ogni domanda che potrebbe venirvi a riguardo. Questa settimana si parla di creature fantastiche, che specialmente durante la mia infanzia erano per me molto importanti. Anche se devo dire che le mie preferite sono cambiate PARECCHIO, da allora.


#1: Mostri marini/lacustri 

 


Che siano mostri marini o lacustri, serpenti acquatici o piovre giganti, non m'interessa: basta che siano grossi e terrificanti. Sono ormai alcuni anni che mi lascio affascinare sempre di più dalle leggende che circolano intorno a queste creature misteriose, e mi piacerebbe leggere e vedere più storie di qualità che li riguardano. Non nego che mi piacerebbe anche scrivere qualcosa a riguardo, un giorno, ma non credo che ne sarei capace. Chi lo sa. 
(P.S. quanto cazzo è figa questa illustrazione? È di un artista nostrano, Giovanni Moroni. Lo trovate su Facebook e Twitter, e lavora anche su commissione! Fate un salto sulle sue pagine e supportatelo con qualche like, se vi va!) 





 

 

 

 #2: Banshee 

 


Le banshee sono creature che mi hanno affascinata sempre, anche da piccolina. Diciamo dal momento in cui ho letto la loro definizione, ecco. Sì, ho sempre avuto dei gusti un po' macabri, lo ammetto. 

Sono descritte come creature femminili, a volte belle e giovani e a volte anziane, che si aggirano nei dintorni delle case che ospitano persone in procinto di morte. Hanno gli occhi arrossati dal pianto continuo e a volte vengono avvistate mentre lavano i panni della persona morente. Si tratta di creature di origine gaelica. 












#3: Sirene 

 


Che ve lo dico a fare? A chi è che non piacciono le sirene, scusate? Da piccola volevo anche diventarne una. 
Devo dire che sono abbastanza confusa a riguardo, perché di recente ho imparato la distinzione tra le "mermaids" e le "sirens" che, a quanto pare, sono due miti completamente diversi che sono stati uniti. Le mermaids erano metà donne e metà pesci, ma non cantavano - a quanto pare - mentre le sirens erano... metà donne e metà uccelli, e da bravi uccelli, cantavano. Io adesso non so quali fossero le sirene di Ulisse, ai tempi, e come fossero raffigurate, ma direi che scelgo l'ibrido: adoro queste figure di donne con la coda di pesce che cantano per attirare e annegare i malcapitati. Che andasse a farsi fottere la Sirenetta, io voglio le sirene di Harry Potter - scherzo, adoro anche il cartone della Sirenetta. Comunque sì, non ci posso fare niente, tendo sempre a innamorarmi delle creature malvagie. Non giudicatemi. E anche qui, trovo che non ci siano abbastanza belle storie incentrate soprattutto su questi personaggi. Magari potrei scriverne una io che comprenda sia le sirene che i mostri marini... ma poi dubito che sarebbe bella.


#4: Streghe 

 


Anche le storie sulle streghe cominciano a scarseggiare, anche se devo dire che l'anno scorso ho letto un paio di libri niente male - che ho anche recensito su questo blog. Se vi interessa dargli un'occhiata, sono Ibrido, di Isa Thid, e Dopo cinquecento anni, di Valentina Capaldi, che tra l'altro tratta alla perfezione anche le prossime creature nella mia lista.  












 

 

#5: Demoni 

 


E niente, è ufficiale, sono una Bestia di Satana. Non c'è neanche una creatura, in questa lista, che possa reputarsi anche minimamente buona. Adesso smetterete di leggermi, mi segnalerete e mi ritroverò la polizia davanti casa. 
Però sul serio. Dai. Chi è che non è almeno un pochetto affascinato dal lato oscuro, ogni tanto?
(Sì, vabbè, un conto è ogni tanto e un conto è SEMPRE, mia cara HateQueen... che già il nome è tutto un programma.)
Come vi dicevo, il tema dei demoni è trattato grandiosamente nel libro di Valentina Capaldi, ma vi consiglio caldamente anche Cambion, di Veronica Riga, che parla prevalentemente di mezzi demoni e mezzi angeli. Poi vabbè, ci sono sempre Supernatural e Shadowhunters, ma quelli ormai li conoscono tutti! 












E per oggi direi che ho finito! Che ve ne pare dei miei cinque mostriciattoli? Quali sono i vostri preferiti? Avete qualche libro da consigliarmi, che tratti una o più di queste creature? Fatemi sapere nei commenti! 

Firmato: la vostra demoniaca HateQueen di quartiere.

19/04/17

Tredici motivi per cui "Tredici" è una serie imperdibile.

Era da un po' che volevo scrivere questo post. Era da un po' che volevo aggiornare il blog in generale, ma non riuscivo mai a trovare un momento in cui ne avessi davvero voglia. 
Sono stata molto contenta del successo che questa serie ha avuto, ma forse sono state proprio le recensioni negative a mettermi addosso l'astio necessario a buttare fuori le mie argomentazioni. Quindi eccole. Beccateve 'sti tredici motivi e zitti e muti.  
(Qui trovate il link alla mia recensione del libro.)



1. La trama


Ovvio, no? Quando ho comprato il libro è stato proprio il concetto, ad attirarmi. Una ragazza morta che sussurra nelle orecchie di quelli che reputa i propri aguzzini... più intrigante di così? Fate molta attenzione al mio uso del termine "reputa", eh. Perché come dice Hannah nella serie: "ci sono tredici lati per ogni storia", o qualcosa del genere. In molti hanno reputato l'uso delle cassette un po' hipster e melenso, ma a me è piaciuto. Io sono una che il realismo lo ama quasi all'inverosimile, eppure penso che certe volte ci si impunti troppo su questo e si dimentichi il bene della storia. Un po' quando mi sono resa conto che la scena di "Noi siamo infinito" all'interno del tunnel sarebbe improbabile per via del fatto che la radio all'interno dei tunnel non piglia manco per il cazzo: e la licenza poetica dove la lasciamo, se ragioniamo sempre in questo modo?


2. Le tematiche 


C'è chi dice che "Tredici" parla di suicidio e chi dice che parla di "bullismo". Secondo me liquidarlo in questo modo significa minimizzarlo. Magari potrebbe essere così per il libro, ma secondo me la serie si è evoluta parecchio rispetto a quello che era il materiale originale. Così ci siamo ritrovati con una serie che parla sì, di queste cose, ma anche di molto altro. Della necessità di ammettere i nostri errori, per esempio, grandi o insignificanti che siano. Del fatto che ogni cosa influenza un'altra cosa e che ad ogni azione corrisponde una reazione. Del fatto che siamo tutti umani e che nessuno è senza macchia e senza paura... nemmeno le vittime.

3. Il soundtrack 


Il soundtrack di questa serie è semplicemente spettacolare. I pianti che mi sono fatta ascoltando "The night we met" - che sto ascoltando anche ora, ugh - sono inquantificabili. Anche solo ascoltare questa serie tv è stato per me un immenso piacere, oltre che un colpo al cuore. Ogni canzone è un pezzo insostituibile, e piano piano mi sto spulciando tutto l'elenco delle soundtrack. 

4. La recitazione 


Gli attori mi hanno molto sorpresa, devo dire, specialmente quello di Clay Jensen. L'avevo visto nel film di Piccoli Brividi del 2015, quello con Jack Black, quindi ecco... non è che gli davo tutta questa fiducia. Invece penso siano stati tutti perfetti - specialmente nella seconda metà della serie, quando è uscito fuori il loro vero io e le conseguenze di tutta la storia hanno cominciato a farsi sentire sul loro modo di fare e sulla loro vita in generale. Ci sono state delle interpretazioni che veramente mi hanno spezzato il cuore. Oltre a quella di Dylan Minnette - Clay - che in ogni episodio sembrava più devastato, anche quella di Alisha Boe - Jess - quella di Brandon Flynn - Justin - e quella di Miles Heizer - Alex - mi sono piaciute da morire, probabilmente perché sono stati anche i personaggi che hanno sofferto di più.

5. Il cast 


Ci lamentiamo sempre di quanto i cast non siano abbastanza eterogenei, poi quando succede non ce ne accorgiamo. Porca puttana, l'ultima volta che ho visto un cast tanto variegato è stato quando ho guardato Sense8. Sarò io che sono una buonista di merda, ma adoro sempre quando succede. Forse è che come membro attivo di una minoranza etnica fatico sempre un po' a sentirmi accettata. Ma qui non si tratta solo di differenze etniche: intanto la regola eteronormativa dei soliti YA viene annientata in malomodo, ma poi di solito nei film sui liceali ci ritroviamo sempre davanti ad attori adulti e super truccati, a ragazze tutte identiche e perfette, ma qui non succede. Per carità, non nego che i membri del cast siano quasi tutti piuttosto gnocchi, ma diciamo che lo sono in modo naturale. Hannah Baker ha un aspetto credibile, così come ce l'hanno Jessica e Courtney e tutti gli altri. Etnie diverse, corporature diverse, e per la miseria, UNA CHEERLEADER CHE NON VA SEMPRE IN GIRO TRUCCATA ALLA PERFEZIONE, perché DIAMINE, FA SPORT, IL CHEERLEADING È UNO SPORT, NON DIMENTICHIAMOCELO! E poi è difficile pensare a truccarsi quando una tua ex amica si è appena suicidata e (SPOILER) cominci a dubitare che qualcuno ti abbia stuprata mentre eri priva di sensi a una festa.  

6. La caratterizzazione 


Come dicevo prima, Hannah Baker reputa gli altri personaggi i suoi aguzzini. Ma le loro azioni contro di lei sono state davvero così deliberate? Beh... 
Ho amato il fatto che nessuno, in questa serie, fosse buono al 100%, né totalmente cattivo - persino Hannah, che in teoria dovrebbe essere la vittima, ha avuto dei momenti in cui non aveva ragione per niente, perché è così che funziona davvero nella vita: non era poi davvero tutta questa eroina melancolica e sfortunata che credeva di essere, in fin dei conti, e non è stata l'unica a essere delusa, ma anche lei stessa ha deluso molte persone. Certo, abbiamo dei casi come quello di Clay e di Tony, che ritengo buoni diciamo al 99%, e casi come Bryce, che invece è un pezzo di merda al 99%, però ecco... c'è sempre quell'1%. Soffermiamoci proprio su Bryce: un personaggio come il suo ti fa venir voglia di estrarre i gomiti e infilarli nelle altrui cavità oculari, eppure è innegabile che persino in lui ci sia del buono - la gentilezza che dimostra nei confronti di Justin, per esempio. E Justin stesso: è un coglione, ma a modo suo ama la sua ragazza e ha fatto lo sbaglio di avere paura e di essere un adolescente maschio influenzabile. Per non parlare di Alex! All'inizio lo vediamo come un ragazzino capriccioso e irritante, ma poi ci rendiamo conto di quanto sia in realtà intelligente e profondo, e di come abbia fatto ciò che ha fatto perché, beh, di fare la stronzata capita a tutti, quando si è accecati dai sentimenti - per quanto stupidi possano essere quei sentimenti. Abbiamo Courtney, la cui storia è una delle più originali che io abbia mai sentito, e credo che sia stata un buon mezzo per parlare di un argomento che raramente viene preso in considerazione: (SPOILER) cosa succede quando la figlia adottiva di due genitori gay si rende conto di essere lesbica? Non ha forse il terrore di diventare portavoce di tutti i figli di coppie gay e di essere utilizzata come araldo dalle persone che sono contro le adozioni da parte degli omosessuali? Questo e altro, solo su Tredici!

7. È meglio del libro 


Innegabilmente migliore del libro. Questo perché, grazie al tempo concesso da tredici episodi, è stato possibile esplorare tutte le implicazioni del suicidio di una ragazza adolescente ed è stato veramente possibile vedere tutte le versioni della storia, e non solo quella di Hannah - infatti il libro si concentra più che altro sul contenuto delle cassette, piuttosto che su come questo influisce su Clay e su tutti coloro che ne fanno parte. Oltretutto abbiamo modo di conoscere anche i genitori di Hannah e di quasi tutti gli altri ragazzi, più quello che succede all'interno della scuola. La serie di Netflix è una storia sul suicidio adolescenziale a 360°. 

8. La regia 


Una buona storia non basta: bisogna saperla raccontare. I registi di Tredici, secondo me, ci sono riusciti alla grande. Tutte le scelte di regia e di montaggio sono state perfette, a mio parere, e ogni scena era un piacere per gli occhi, oltre che un dispiacere immenso per l'anima. Io metto subito le mani avanti dicendo che di regia non è che ci capisco tutto 'sto granché, ma ho amato tantissimo la scelta dei colori di questa serie e il modo in cui le registrazioni della voce di Hannah non hanno preso tutto lo spazio degli episodi, ma solo quello che serviva. Poi le scene in cui Clay e Hannah erano nella stessa ripresa, anche se in due momenti diversi... boh, mi facevano sempre morire un po' dentro.

9. La suspense 


La cosa che tira di più, all'interno di questa serie, è proprio la questione dei tredici nastri. Non sai a chi appartengono, anche se te lo immagini, e sei sempre portato a guardare l'episodio successivo perché la tua anima malata ne vuole ancora. Vuole ancora un po' di quel male, vuole sapere chi sarà il prossimo ad andare alla gogna, vuole sapere come possa un agnellino come Clay entrare in tutta questa storia. Questo ha funzionato allo stesso modo anche leggendo il libro, per me, infatti me lo sono divorato in un paio di giorni. È una serie perfetta per il binge-watch. Ne esci tutto rotto, per carità, ma è inevitabile. 

10. Le lacrime 


Non pensavo che avrei pianto. E poi ho pianto. TANTO.
Questo è stato possibile proprio per via del punto 4, la recitazione. In molti si lamentano del fatto che non sono riusciti a identificarsi in Hannah, ma secondo me, almeno nella serie, il punto non è proprio identificarsi in lei, quanto negli altri. Io a identificarmi in lei non ho avuto troppi problemi, per carità, ma è sono stati Clay, Jessica e i genitori di Hannah, a distruggermi più di tutti. E ogni occasione persa, ogni cosa che sarebbe potuta andare per il meglio se solo, se solo, se solo...

11. L'empatia 


È impossibile non provare empatia per almeno un personaggio di questa serie, e se non ne provate vuol dire che NON AVETE UN'ANIMA. Ma non è questo che volevo dire in questo punto, perché mi pare di averlo già reso abbastanza chiaro. Quello che voglio dire, invece, è che di questa serie potete dire quello che cazzo vi pare: che non vi è piaciuta, che non è realistica, che FA CAGARE... comunque vada, io sono convinta che a qualcosa sia servita. Sono stata molto contenta del successo che ha avuto perché in cuor mio spero che qualcuno ne abbia tratto qualcosa, e che d'ora in avanti le persone ci penseranno due volte, prima di dire quella cattiveria, o di attuare quella vendetta. Certo, non mi aspetto che le persone cambino completamente il loro atteggiamento da un giorno all'altro, ma se questa serie servisse anche solo a convincere UNA persona a essere gentile UNA volta, penso che mi basterebbe. Tredici potrebbe aver reso il mondo giusto un pochinoinoino più empatico. 

12. La confusione 


Non è solo il finale estremamente aperto, a lasciarti confuso alla fine di questa serie: è l'impossibilità di capire con chi dovresti prendertela. Arrivi alla fine che sei tipo: "boh? Di chi è stata la colpa, allora? Hannah era una stronza? Lo stronzo era Bryce? Qualcuna di queste persone ha effettivamente ucciso Hannah Baker?" E una risposta vera non c'è, secondo me. È questo che mi piace. Nella realtà le risposte non sono semplici e lineari, e la verità sta sempre nel mezzo, ma neanche lì. 

13. CLAY JENSEN 


ALL HAIL CLAY MOTHERFUCKIN' JENSEN! 
Merda, quanto l'ho amato. È il classico protagonista un po' sfrontato e un po' ingenuo, un po' coglione e un po' pensatore. Ogni volta che faceva una delle sue battutine crepavo e boh, di solito i protagonisti non sono mai i miei personaggi preferiti, ma lui è semplicemente perfetto. Gli si vuole bene, si tifa per lui, si viaggia al suo fianco. È con lui, che ascoltiamo le cassette. È con lui che piangiamo, che soffriamo per la mancanza di Hannah, che vediamo Hannah per tutto ciò che aveva di bello. Clay Jensen è il ragazzo d'oro. È helmet.  


E niente. Spero che siate d'accordo con me, e se non lo siete porCA PUTTANA VI VENGO A CERCARE CON LE LAME! Nah. Forse. Boh, sono ancora tutta scombussolata e non vedo l'ora di rivedermi tutti gli episodi da capo. Non prendetemi troppo sul serio.


Firmato: la vostra psicologicamente labile HateQueen di quartiere.